Curre Curre Guagliò 2.0, molto più di vent’anni dopo

copertina curre curre guagliò 2.0

di Rosario Dello Iacovo

Il primo l’ho visto letteralmente nascere, con le registrazioni nella stanzetta sul retro di una casa a Vico Spezzano, nel quartiere di Montesanto a Napoli. Sul citofono c’era scritto Terrazza ★ Team, perché aveva un piccolo terrazzo dal quale si vedeva San Martino. Dal basso venivano gli odori e i suoni della nostra città, la madre, Partenope, la sirena, la filosofa e la guerriera, l’eterna musa ispiratrice delle nostre esistenze. Questo invece lo stavo aspettando da un po’ di anni, dalle discese ardite e dalle risalite, dai nostri scivoloni e dalle innocue scivolate a gamba tesa degli infami, dalle nostre teste dure come le pietre e dalle pietre che ci leviamo dalle scarpe per farne munizioni della prossima rivolta. Così, giusto per dedicarlo alle sorelle e ai fratelli, quelli con i quali abbiamo iniziato a correre bambini a Secondigliano e al Rione Amicizia, ai Quartieri Spagnoli e a Montesanto, a Pianura e a Giugliano. A Terzigliano. Quelli che ci siamo persi per strada, senza per questo perderli dal cuore. Quelli come Giggino, che me lo rivedo sulla porta di Officina 99 in un giorno di maggio del 1991 e ogni volta che ci penso non ci posso credere che mo’ non ci sta più. Quelli della Pantera che si ruppe il cazzo degli anni ottanta e decise di rimettersi a correre finalmente libera. Quelli dei campeggi contro la Nato, delle manganellate sul ponte girevole di Taranto, delle cariche sul ponte sospeso di Catanzaro. Quelli del 10 settembre 1994 a Milano con le tute bianche, perché come aveva già insegnato il vecchio Leoncavallo quando ci vuole ci vuole. Quelli di Napoli e di Genova, con i caschi calati in testa e Carlo Giuliani nel cuore, che provarono a resistere ai cani dell’Impero. Al subcomandante Marcos e alle comunità zapatiste, alla classe operaia e ai precari dei call center, ai disoccupati, a Dax e agli antifascisti, a Vittorio Arrigoni e ai bambini di Gaza per i quali proveremo a costruire un asilo. Stamattina il guaglione torna a correre, molto più di vent’anni dopo.

Con la stessa rabbia negli occhi!

“Napulitan”, il singolo, il video: Intervista a Zulù dei 99 Posse e Valerio Jovine

di Rosario Dello Iacovo

È uscito in questi giorni il video di Napulitan. Il secondo singolo di Sei, sesto disco di Jovine, reggae band napoletana, con il feauturing di Zulù della 99 Posse. Ho colto l’occasione per un’intervista con lo stesso Zulù e Valerio, il frontman degli Jovine, che il pubblico della 99 ha imparato a conoscere per le collaborazioni sempre più frequenti e la sua presenza stabile, insieme al rapper Speaker Cenzou, nella formazione dal vivo della Posse. In realtà si tratta di una sorta di autointervista, nel senso che anche io come loro faccio parte della famiglia 99 Posse, occupandomi da sempre della gestione dei loro tour e avendo scritto in collaborazione con Luca qualcuna delle loro canzoni. Perciò, quello che leggerete è il frutto di un’allegra chiacchierata in videoconferenza su Skype fra me, Luca e Valerio sul singolo, il disco, i progetti futuri e il retroterra dal quale è nata questa collaborazione.

Allora, che mi dite di questo Napulitan?

Zulù

Napulitan nasce da un’idea di Valerio di fare una canzone su Napoli e su quanto Napoli sia un po’ ovunque. Sia perché gli stessi napoletani sono ovunque, ma anche perché Napoli non è solo una città, un luogo geografico, ma anche un’attitudine, un modo di affrontare la vita. Lui ha scritto delle bellissime immagini, tra le quali la più riassuntiva è: Addo stong stong, stong semp cca. Perciò mi sono dovuto cimentare in una sfida difficile, perché in quella strofa simboleggia bene il senso complessivo del pezzo. Ho trovato una chiave di lettura nel ribaltamento ironico della situazione reale. Trasformare quello che è l’incubo della maggior parte dei napoletani, cioè quello di dover emigrare, in una sorta di piano occulto di una setta segreta napoletana che ha come obiettivo il dominio del mondo (e ride). Per cui trasformare l’emigrazione in “colonizzazione”, e la necessità di doversi allontanare dalla propria terra in una sorta di ricollocazione. A un certo punto ci ho messo pure una zeppata (frecciata) alla lega e a questa attitudine che sembra sempre più prendere piede da parte nostra di sentirci fuori luogo quando siamo fuori dalla nostra città, di sentirci a disagio, di sentirci come se stessimo andando a prenderci qualcosa che è di qualcun altro. Ricordando a questi signori ca si nun ‘a fernescen (che se non la smettono) gli leviamo pure le case da sotto il culo perché le colonie si stanno cacando il cazzo. Perciò la mia strofa parte con le parole provocatorie: ‘Na cosa ca putess fa l’italiano foss ‘e se ‘mparà ‘o napulitano, la lingua più diffusa da Roma a Milano, il principale prodotto d’esportazione italiano. Ma il pezzo chiarisce abbondantemente che non si tratta di una sorta di leghismo alla rovescia. Anzi, è un modo per affermare un rapporto di fratellanza nei confronti di quelli che si sentono legati alla propria città, anche se la loro città è Torino, Milano, Kingston, Dakkar, e senza nessun delirio di superiorità. L’esercito degli ultimi non ha nazione.

Più di trentasettemila visualizzazioni su YouTube in tre giorni, niente male per un prodotto dal basso come Napulitan…

Valerio Jovine

Diciamo che ci aspettavamo un certo riscontro, ma non che avesse numeri così grandi. Abbiamo sempre avuto uno zoccolo duro molto fedele che ci accompagnato nel corso del tempo. E notiamo che con “Sei”, il sesto disco della nostra produzione, la base si è allargata ben oltre le più rosee aspettative. Quello che più ci fa piacere è aver constatato che tutti hanno capito che Napulitan è un inno al sud del mondo, quindi ha solo apparentemente una connotazione geografica. Quarto Oggiaro è più sud del mondo di Posillipo, sotto molto punti di vista.

Com’è nata la vostra collaborazione?

Zulù

Abbiamo collaborato in occasione del suo primo disco tanti anni fa, poi ci siamo un po’ persi di vista e abbiamo ripreso la collaborazione nei suoi ultimi due dischi. Da allora lui ha trovato una chiave nella dancehall, nel reggae e ci siamo capiti molto di più. C’è stato un feeling nel comporre e nel cantare insieme che mi ha portato a chiedergli la collaborazione e la presenza in Cattivi Guagliuni dei 99 Posse, oltre che nel relativo tour. Ci capiamo e stiamo bene insieme. Siamo sintonizzati. Da quando è uscito il video di Tu chi sei? sono iniziate ad arrivare un po’ di richieste di avere me nello spettacolo di Jovine. E da questa cosa è nata l’idea di preparare uno spettacolo in cui io avessi uno spazio. Sentivo anche l’esigenza di diversificare la mia esibizione, perciò ho incluso solo tre pezzi dei 99 Posse, un medley raggamuffin, Rigurgito Antifascista e Curre Curre Guagliò. Da qui la decisione di tirare fuori dal cassetto un po’ di canzoni che ho realizzato al di fuori della mia band di appartenenza, come Giuann Palestina, alla quale sono molto legato, oltre che materiale di Al Mukawama, Zulù in the Al Mukawama Experiment 3 e di frammenti di un pezzo dei Tre Terroni, realizzato al tempo con i Bisca.

Valerio Jovine

Mio fratello Massimo, Jrm, è uno dei fondatori della 99 Posse, perciò Luca, aka Zulù, è praticamente una persona di famiglia, ma allo stesso tempo un idolo della mia adolescenza. A Cosenza, per il concerto di solidarietà agli arrestati del Sud Ribelle, sono salito per la prima volta su un palco insieme a lui e c’era pure Michele Caparezza. Una prima volta da ricordare. Da allora, Cosenza, grazie anche al fatto che il nostro chitarrista è di là, è diventata la nostra seconda casa. Ah, a proposito con Jovine suoniamo a Cosenza il 28 settembre. Tornando a noi, Luca è venuto a registrare il suo primo disco solista nel mio studio a Napoli. Io sono stato invitato a fare Curre Curre Guagliò con lui, sempre a Cosenza, al festival Invasioni. Poi ho saputo che era un fan del progetto Jovine. E così nel nostro penultimo disco gli ho chiesto di scrivere insieme Tu chi sei?, che è un pezzo (e video) molto importante per la storia di Jovine. Poi ci siamo ritrovati insieme a Napoli il 18 luglio del 2009 nel primo concerto della rinata 99 Posse, con tutta la nostra band a suonare durante la loro esibizione. In pratica, ci furono gli arresti di una ventina di studenti dell’Onda che avevano partecipato al G8 dell’università a Torino. Tra loro, anche Egidio Giordano, un attivista del centro sociale Insurgencia molto noto a Napoli, oltre che un nostro fratello e dei 99. Ci attivammo subito per un grande concerto di solidarietà a piazza del Gesù, un luogo storico dei movimenti napoletani. Naturalmente, tutte le band si esibirono a titolo completamente gratuito. Sul palco c’eravamo noi Jovine, i SangueMostro di Speaker Cenzou (altro membro storico e attuale della famiglia 99), i 24 Grana, e vari altri gruppi. I 99 Posse avevano dato l’adesione come singoli, ma pochi giorni prima per dare un maggior impatto alla manifestazione decisero di pubblicizzare la presenza col loro brand storico e non col nome dei singoli progetti che portavano avanti. Solo che non avevano uno spettacolo pronto, nonostante la reunion fosse nell’aria da qualche mese, e non suonavano insieme dal 2002. Così, senza nemmeno una prova, salirono sul palco a chiudere la serata davanti a quindicimila persone con gli Jovine che suonavano insieme a loro le loro canzoni. Non accadeva da anni che il centro storico di Napoli fosse così pieno che se lasciavi cadere uno spillo non avrebbe toccato terra. Ho ancora i brividi a raccontarlo.

Valè, com’è il tuo rapporto con Napoli?

Valerio Jovine

Contraddittorio dal punto di vista artistico. All’inizio della mia carriera, col primo disco che era un progetto da solista, e anche nei primi di Jovine come band, non scrivevo in napoletano. Il confronto con la grande tradizione della nostra musica mi incuteva soggezione, diciamo che probabilmente non mi sentivo pronto. A partire da Senza limiti, il terzo disco, ho avuto il primo approccio con il napoletano nel pezzo ’O reggae ‘e Maradona, un manifesto della napoletanità sia per quanto riguarda la lingua che per l’omaggio al re del pallone, che è stato a modo suo una sorta di re anche della città. Come sai, sono un gran tifoso del Napoli, ma non solo. Io amo Napoli, ho scelto di vivere nel centro antico per nutrirmi quotidianamente dei suoi suoni, dei suoi odori, delle suggestioni che mi assalgono appena mi affaccio dal balconcino al terzo piano di un vicolo che dà su piazza Mercato. A casa mia. Sono spessissimo in giro per l’Italia fra gli impegni di Jovine e quelli coi 99 Posse, ma appena posso schizzo subito a Napoli. Amo passeggiare pe ddint e viche ‘e chesta città. Ma non tergiversiamo, a che eravamo rimasti?

Al reggae di Diego Armando Maradona…

Valerio Jovine

Ecco, quella canzone, o Da Sud a Sud, hanno allargato molto il nostro pubblico. Oggi vedo che vari artisti della nostra scena mettono da parte il napoletano, optando per l’uso esclusivo dell’italiano nei loro testi. Ovviamente, non è una critica perché sono scelte individuali legittime e motivate, io invece adesso riesco a far convivere naturalmente le due lingue, senza decidere a priori quanti pezzi nell’una e quanti nell’altra voglio includere in un disco. Come dico nel pezzo La Matematica, Le canzoni nascono da sole e di notte. Ti faccio qualche altro esempio. Canto, il primo singolo del nuovo lavoro, è tutto in italiano, Napulitan vira verso il nostro idioma locale, che tanto locale non è, perché il napoletano è lingua universale, pensa a ‘O Sole Mio, che è una delle canzoni più famose al mondo.

Secondo te qual è il requisito fondamentale che deve avere una canzone?

Valerio Jovine

La semplicità. Da non confondere con la banalità. Da questo punto di vista Napulitan è un esempio perfetto, ma un po’ tutto il nuovo disco è scritto e pensato su questa traccia: concetti semplici, perché la semplicità è figlia della chiarezza, capaci di arrivare al maggior numero di persone possibile, senza rinunciare alla nettezza delle proprie idee e del proprio punto di vista.

E adesso sei un membro stabile della formazione live dei 99 Posse…

Valerio Jovine

Non solo, perché ho fatto varie guest anche in Cattivi Guagliuni, insieme al già citato Speaker Cenzou. Come dici spesso tu, il tridente, l’attacco a tre punte della 99. Questa esperienza mi sta dando tanta visibilità e sta sicuramente aiutando anche la mia band a farsi conoscere sempre di più in giro per l’Italia. È uno dei due assi nella manica di Sei, l’altro è Riccardo Vitanza che ci ha invitati a far parte del suo ufficio stampa “Parole e dintorni”, insieme a Ligabue, Jovanotti, Pino Daniele, I Sud Sound System… Tra l’altro è un grandissimo amante del reggae e ci sta sostenendo davvero alla grande.

Luca, progetti futuri in vista con gli Jovine?

Zulù

Il materiale di cui ti parlavo prima, rivisitato in chiave più reggae dagli Jovine, farà parte di un progetto che vedrà la luce nei primi mesi del 2013. Si differenzierà dallo spettacolo dei 99 dal punto di vista musicale per l’assenza di qualsiasi contributo elettronico, sarà completamente suonato; e dal punto di vista dei testi per una predominanza netta della dimensione dell’io rispetto a quella del noi. Non so ancora se ci tireremo fuori un disco, ma sono certo di voler fare un disco dal vivo. Sono indeciso se registrare un live in studio prima del tour, oppure se registrare i concerti e far uscire il disco alla fine. Molto probabilmente ci sarà un inedito che dovrebbe chiamarsi Combat Reggae a fungere da traino all’operazione. Combat perché il reggae è in sé una musica da combattimento, antifascista e antirazzista.

Valerio, parlavi di tridente prima, alla fine io e te finiamo a parlare sempre di pallone. Quindi, lasciamoci con un pronostico per il nostro Napoli. Che facciamo quest’anno?

Ce la giochiamo, fra’.

“Mai più io sarò saggio” il nuovo video dei 99 Posse con le immagini del film “Diaz”

Immagini tratte da “Diaz (non pulire questo sangue)” regia di Daniele Vicari per gentile concessione della Fandango. Editing Video: Loredana Antonelli

A piazza Carlo Giuliani, ragazzo

«La morte è un destino migliore e più mite della tirannia.» Eschilo

di Rosario Dello Iacovo

1

Imbocco l’autostrada a Torino, direzione Genova. Oggi c’è il concerto che apre le manifestazioni contro il vertice dei G8. Un minuto dopo, come se fosse appollaiato alle mie spalle, mi chiama Buone, Francesco, il nostro direttore di produzione, che al solito è già lì in avantour con i tecnici.

– Rosà dove siete?
– Io sono partito proprio ora, il pulmino col gruppo da un po’.
– La solita star, sempre per ultimo. – Mi sfotte lui ridacchiando – Cerca di raggiungerli e arrivate insieme perché qui non hai idea di quello che c’è.
– Che c’è, sentiamo, il lupo mannaro? Hai paura piccolo Buone? – Gli chiedo mantenendo la conversazione sullo scherzoso andante.
– Ma niente, solo qualche migliaio di polis che all’arrivo hanno perquisito noi e il furgone due ore. Poi, aggressivi, ci hanno chiesto: “Quando arrivano i 99 Posse? Non vediamo l’ora di conoscerli.”
– Ma che cari, è bello sentirsi circondati dall’affetto delle nostre adorate forze dell’ordine. Comunque mo’ chiamo gli altri e cerco di raggiungerli. Tu tienimi informato sugli eventuali sviluppi. Ah, com’è la situazione tecnica?
– Tutto a posto. Manu Chao è già qua e stiamo pariando, l’impianto è montato, il nostro backline è sul palco. Abbiamo solo il solito problema…
– Sarebbe Buone? – Alzando gli occhi al cielo perché conosco già la risposta.
– Il problema è che non ci sono problemi – E ride sguaiato, volendo intendere che con lui al timone fila sempre tutto liscio come l’olio. Ed è vero, perché Francesco nonostante la giovane età è un drago nel suo mestiere. “Il miglior direttore di produzione della categoria junior. Poi si deve vedere quando cresci”, gli dico spesso per prenderlo in giro.

Ci salutiamo fanculizzandoci a vicenda e interrompo la conversazione. Poi chiamo Gigi, il driver.

– Oh Gigi, dove siete?
– Ciao Rosario, – Fa lui con la marcata cantilena ligure – ci stiamo fermando a mangiare. Gli chiedo il nome dell’autogrill, me lo comunica. Faccio due calcoli al volo sul tempo che ci metterò ad arrivare, quindi gli dico:
– Ok aspettatemi che ho delle novità, fra una mezz’oretta sono là.

Scalo in terza, faccio salire i giri del motore, poi quarta e quinta e vado veloce. Lungo la strada sorpasso un sacco di macchine di manifestanti. Non chiedetemi come li riconosco: se avete passato la vostra vita fra centri sociali e manifestazioni lo sapete anche voi. Una ventina di minuti dopo arrivo e li trovo tranquilli già a tavola.

– Ciao Rosy. – Mi fanno in coro.
– Cià uagliù. – Replico in un napoletano schietto che ci sta sempre bene – Fate in fretta a mangiare che a Genova ci sono controlli molto rigidi. Me l’ha detto poco fa Buone al telefono. Loro hanno avuto una perquisizione di due ore e pare che i nostri amici in divisa stiano aspettando proprio voi.
– Bella lì – Fa Marco toccandosi la punta di uno qualunque dei lunghissimi dreads. Un gesto ormai mitologico, diventato per noi motivo di sincero e compiaciuto sberleffo.
– Non vedo Luca dov’è finito?- Chiedo, notando l’assenza di Zulù.
– Già a Genova, è partito stanotte dopo il concerto con la macchina di Pippo. Dice che così si scansava la rottura di posti di blocco e perquise.
– Perquise? Cazzo stiam diventando proprio milanesi qui, eh? – Cazzeggio, imitando maldestramente la parlata di quel Sant’Ambroeus lì.

Luca è napoletano, ma da qualche mese vive a Milano. Pippo è la sua ombra. Originario di Monza, ha quell’accento brianzolo da commedia all’italiana che ogni volta che apre bocca ci fa sempre scompisciare. Questo fa sì che nel nostro purissimo idioma partenopeo si siano introdotti un bel tot di termini come siga, perquisa, raga e via di questo passo. Nel team, il driver è ligure, i sei tecnici sono veneti, il gruppo io e Buone napoletani. Un bel frullato di dialetti in agrodolce con reciproci prestiti linguistici. Perciò senti i veneti che parlano napoletano, noi che rispondiamo in milanese o in ligure, Gigi che alterna random come gli viene. Siamo un manifesto vivente della società multietnica. Ed è un bel vedere, anzi sentire.

– Qualcuno sa se Luca e Pippo hanno avuto problemi?
Alzata di spalle collettiva. Poi: – No, – dice Meg – li ho chiamati prima e avevano ancora il cellulare spento. Ma tu devi mangiare?
– No, ho fatto colazione in albergo a Torino, non ho proprio fame. Per me possiamo partire appena finite.
– Ok. – Fa lei di rimando.

Provo a chiamare Luca… “Telecom Italia Mobile…”. Subito dopo chiamo Pippo. Squilla tre volte poi una voce mi risponde dall’oltretomba.

– Pronto. – Senza rinunciare, naturalmente, a una “o” aperta come la bocca della balena che inghiottì prima Geppetto e poi Pinocchio.
– Pippo sono io, tutto a posto? Problemi?
– Uè Rosario. Sìssì tutto a posto. Non ci ha cagato nessuno, te dov’è che sei?

Il suo accento mi fa troppo ridere e anche stavolta non mi trattengo da una maldestra imitazione.

– Eh, sono qui con gli altri. Il tempo che finiscono di mangiare e partiamo. Voi invece?
– Siamo al Carlini. Luca dorme ancora. Siamo arrivati stanotte e ci siamo ammazzati di canne fino all’alba, bela sturia.
– Ah, questa sarebbe la famosa voglia di lavorare padana? – Gli chiedo sarcastico.
– Beh, dài, un cannino…
– Vabbuò. Quando Zulù si ripiglia senti Buone per il soundcheck. Se avete problemi chiamami subito. E non fare tardi come al solito!
– Sor parun dale bele braghe bianche… – La sua risposta. E ridiamo come due coglioni.

Poi, rivolto agli altri che hanno finito: – Si va? – Un coro di ok e ci rimettiamo in marcia. Arriviamo al casello di Genova e c’è uno schieramento di celere da paura. Ma passiamo lisci, nessuno ci ferma, nonostante io per errore quasi imbocchi la corsia opposta di marcia. Ci orientiamo con la cartina e poco dopo siamo sul piazzale Colombo, dove stasera si terrà il concerto.

2

– Hai visto quanta gente? – Mi chiede dal palco uno stupefatto Buone a bocca aperta.
E ha ragione, non so quantificarli ma sono tanti. Davanti a noi nel piazzale ci sono decine di migliaia di persone. Vengono da ogni parte d’Europa. Sembra che almeno cinque generazioni del popolo di sinistra si siano date appuntamento qui stasera.

Faccio una carrellata rapida con lo sguardo e li vedo tutti. I vecchi, bellissimi nei loro vestiti fuori moda e l’acciacco degli anni, ma sempre con la stessa inconfondibile fierezza. Saranno nati negli anni Venti o giù di lì. Qualcuno me lo immagino sulle montagne, che poi la storia li ha chiamati partigiani, ma allora erano solo ragazzi come tanti, anche se qualche volta uccidevano e qualche altra morivano.

Altri li vedo con le tute blu e i baffoni nei consigli di fabbrica, nei reparti-confino. Alla Fiat, alla Pirelli, all’Ansaldo. Formiche operaie in lotta ogni giorno per un aumento di stipendio, contro i ritmi massacranti, contro la nocività del lavoro. Il Partito gli aveva detto che stavano conquistando il socialismo per via parlamentare. E loro c’avevano creduto. Alla fine invece avevano perso, però sono ancora qua. Perché siamo un popolo di irriducibili e loro sono i nonnetti che non hanno mollato un passo.

Ci sono i sessantottini che non sono diventati direttori dei tg di Berlusconi. Quelli dell’autunno caldo. Quelli del ’77, che nelle giornate di marzo, a Roma e a Bologna, avevano assaltato il cielo. Certi che l’avrebbero preso. La generazione che ha vissuto gli anni dei piombo e migliaia di arresti, le torture, i carceri speciali. Poi ci siamo noi, i figli degli anni Ottanta e Novanta. Quando ci avevano detto andate a casa, è tutto finito. E invece noi avevamo pensato che la storia già finita era appena cominciata.

La generazione cresciuta nel sogno dell’Italia diventata ricca. Che tutti si compravano la tv a colori e la seconda macchina. Che pure se eri povero, dovevi far finta di essere pieno di soldi. Che se eri giovane dovevi metterti il Monclair e le Timberland, a costo di rubarli al primo malcapitato. Che dovevi essere “un gran gallo”. Che ti dovevi divertire coi film dei fratelli Vanzina.

Ma noi lo sapevamo che era tutta una truffa e abbiamo resistito. In mille modi: ascoltando altra musica, occupando centri sociali e facoltà universitarie, provando a vivere in un altro modo. Una resistenza carsica che poi era esplosa con la Pantera. Furono mesi di occupazione ruggenti. Una scarica di adrenalina che attraversò l’Italia da sud a nord e fece finire una volta per tutte gli anni Ottanta.

Mi ricordo che ogni tanto tipi e tipe insospettabili, coi bei vestini regolari, arrivavano da controccupanti e si trasformavano in un attimo negli più strenui difensori dell’occupazione. Se ne accorgevano che c’era tutto un altro mondo possibile. Questa era l’unica cosa che aveva senso, perché la nostra generazione aveva in fondo un solo obiettivo: resistere. E quella resistenza l’abbiamo portata avanti fino in fondo e almeno in questo abbiamo vinto. Infatti, butto un occhio fra il pubblico e ci sono un casino di persone fra i trenta e quaranta anni. E sono fiero di noi.

Poi guardo la marea di giovanissimi con i dreadlocks giamaicani, i capelli lunghi, le teste rasate, gli orecchini, i piercing, i capelli normali, le giacche militari, le magliette da bravo ragazzo, i tatuaggi, gli occhiali da primo della classe. Insomma ce n’è di tutti i tipi e mi scaldano il cuore. I giovani hanno sempre ragione. Perciò guardo questa massa di ragazzine e ragazzini urlanti e idealmente gli consegno il futuro.

– Oh ma ti sei addormentato? – Mi chiede Buone.
– No, no stavo pensando. hai ragione c’è veramente un bordello di gente.
– Quanti saranno?
– Boh, tanti, almeno trenta o quarantamila. – Gli rispondo.
– Ma secondo te, – Riattacca lui – quanti sono venuti per il concerto e quanti perché veramente convinti?
– Mah, forse è la stessa cosa…
– Che vuoi dire?
– Voglio dire che se ti piacciono canzoni come Clandestino o Rigurgito Antifascista, se ti piace stare in questa marea di persone, se passi una canna, un panino o una birra alla persona che hai a fianco senza nemmeno conoscerla, se non crei nemmeno mezzo scazzo, pure se ti devi fare la fila per venti minuti per pisciare o comprarti da mangiare, come stanno facendo tutti quanti qua sotto, non hai bisogno di leggere libri: sei un compagno.
– Cos’è il manifesto del partito comunista del terzo millennio? – E ride, portando le braccia al petto e spostando la testa platealmente all’indietro per sottolineare il compiacimento.
– Invece di dire cazzate, a che stiamo? – Lo riprendo.
– Tutto a posto. Ma abbiamo sempre lo stesso problema…
– Che non ci sono problemi?
– Esatto – E ride di nuovo.

Poi i 99 e Manu Chao mettono a ferro e fuoco la serata: una delle più belle della mia vita.

3

“Comunisti dimmerda”, “Zecche dimmerda”, “Bastardi comunisti dimmerda”. Gli insulti arrivano feroci insieme ai manganelli. Violenti e scomposti s’infrangono sugli scudi producendo un fragore infernale. Le maxiprotezioni in plexiglass montate sulle ruote tengono. Noi le reggiamo compatti spingendo con forza i supporti di ferro nella direzione dei demoni in divisa, al riparo delle armature di gommapiuma. Non io, però.

Me ne sono liberato in fretta molto prima di via Tolemaide, sotto le sferzate del sole che infierisce impietoso sulle nostre teste. Sono vestito di nero, non aiuta. I dr martens con la calotta d’acciaio, una polo coi righini bianchi, e una felpa dello stesso colore annodata in vita. Ho il casco infilato nel braccio: il casco ti salva la vita. Lungo la strada, poi, un amico mi ha regalato una maschera antigas con la proboscide che mi ricorda un fantaccino della prima guerra mondiale. Evocando trincee, merda e sangue rappreso.

Quando arrivano i lacrimogeni non c’è più storia. Mai vista una cosa del genere. Il respiro si accorcia all’istante, come se qualcuno mi avesse colpito con forza in pieno petto. La pelle brucia quasi fossi immerso in una vasca di sostanza irritante. Perciò metto su maschera e felpa, mentre nelle primissime file del corteo spendiamo gli ultimi scampoli di resistenza. Poi è una fuga scomposta, un ognuno per sé nel quale corriamo all’indietro scontrandoci col grosso della manifestazione che intanto scende dall’alto.

La carica è violentissima, parte senza preavviso ben prima della zona rossa, dove eravamo diretti per violarla. Ma che qualcosa non andasse per il verso giusto mi è apparso evidente già da qualche minuto. Un vecchio compagno che conosco da anni, pochi minuti fa continuava a ripetere a quelli intorno a sé: “Tiratemi indietro se mi prendono. Non mi perdete di vista”. E se lo dice lui, che è un militante di primo piano del Nord-Est, devo stare con gli occhi ben aperti. Intorno a me è il caos.

Vedo Militant A di Assalti Frontali, Luchino, che spinge con qualcun altro un carrello da supermercato con l’attrezzatura antilacrimogeni. Ma è roba che andrebbe bene per quelli normali, non per queste armi da guerra che si chiamano CS! Luca e gli altri 99 sono alla mia destra, appena qualche passo dietro di me. Lui indossa i pantaloni di una mimetica. Meg è ingigantita dalle protezioni. Marco e Sacha spiccano dall’alto della loro statura. E Massimo sembra un folletto, mentre si sposta freneticamente alla testa del corteo.

Poi non vedo più nessuno. E corro per salvarmi la vita. Anzi, uno lo vedo e mi resta impresso. Una figura minuta. Come me non indossa protezioni, ma una canottiera bianca e il passamontagna nero. Con un rotolo di scotch tirato su oltre il gomito che gli orna il braccio destro. Sta lì immobile qualche fila dietro di me, le gambe larghe e guarda verso la marea di divise che avanza a passo di carica alle mie spalle.

Le protezioni sono un fatto recente. Un fatto da NoGlobal. La nuova generazione di militanti venuta fuori a cavallo del 2000. Sono così bravi a far parlare di loro, che un giorno sì e l’altro pure sono sulle prime pagine dei giornali. Con una frequenza così regolare che hanno fatto venire voglia anche a me di ributtarmi nella mischia. Rispetto alla mia generazione sono più universali.

Noi eravamo, paradossalmente all’inizio dei Novanta, l’ultimo colpo di coda degli anni Settanta. Loro, invece, dicono cose che tutti possono capire. Dividono il mondo in “Noi e loro”, una cosa che non mi convince fino in fondo perché fa saltare le vecchie divisioni di classe con le quali sono cresciuto, ma gli riconosco una grossa capacità tattica e comunicativa.

E poi penso che i giovani hanno sempre ragione, perciò mi sono accodato come una brava pecorella, perché da qualche anno mi sono perso un po’ per strada e sono qui come un vero cane sciolto. Anche se conosco un sacco di compagne e compagni presenti, dopo un decennio di nomadismo al seguito dei 99 e altre band, e il quasi decennio degli Ottanta: quando giravo fra i centri sociali del circuito punk, Londra e Berlino.

Però in questo momento rimpiango quei vecchi cordoni nei quali noi giovani eravamo stati educati dai vecchi arnesi di Autonomia. Cosa darei in questo momento per avere tremila stalin schierati. Come a Catanzaro per le manifestazioni contro gli F16, anche se eravamo solo seicento contro trecento, ma capaci di resistere e marciare per due ore sostanzialmente incolumi. Come sul ponte girevole di Taranto.

Ma Stalin non ce ne sono. A farsi un giro nel corteo non si trova un solo oggetto atto a offendere. Solo protezioni, di ogni foggia e grandezza. Una cosa un po’ da pacifista, ma se non sei dentro durante la fase organizzativa non è che ti puoi permettere di arrivare e sovradeterminare le scelte di centinaia di assemblee, prima locali e poi nazionali, che hanno scelto il modo di stare in piazza. Almeno questo vago senso della disciplina mi è rimasto cucito addosso e pur dolendomi della folla inerme che vedo bastonare intorno a me, me ne faccio una ragione. Dopo la prima carica riusciamo comunque a riprendere fiato.

Poi riparte la danza e stavolta ci asserragliamo in uno dei vicoli che si aprono sulla sinistra di via Tolemaide, poco distante dal tunnel di via Canevari, ma dall’altra parte della strada. So che il Movimento si è un po’ spaccato negli ultimi giorni. Posizioni diverse e rotture che probabilmente non saranno ricomposte, anzi si acuiranno sempre di più nei prossimi anni. So come vanno queste cose fra compagni.

Però qui intorno a me vedo molte facce note di entrambi gli schieramenti. Mi sembra di fare un passo indietro lungo dieci anni e non a caso è qui che ci attestiamo e facciamo partire la resistenza. Un blindato dei Carabinieri prova a venirci addosso, ma le barricate tengono e loro restano bloccati. Poi partono le prime bocce, che qualcuno ha armato in fretta e furia, con la mano esperta di quel buon tempo antico.

Il muro di divise a questo punto esita. Si vede che gli piace picchiare di più i ragazzini indifesi. Non questi cani da presa, educati nelle giornate di marzo del Settantasette, a Voghera, a Montalto di Castro e via via nel corso di quella resistenza sotterranea degli anni Ottanta. Capiamoci: nessuno è venuto qua per fare la guerriglia. Altrimenti il corteo non avrebbe badato sostanzialmente a difendersi. Ma qua si tratta di lottare per la vita, perché di fronte non abbiamo un potere che vuole solo disperderci e allontanarci dalla zona rossa che comunque dista ancora qualche chilometro. E se vogliano le nostre vite se le devono venire a prendere.

Perché questi vogliono ammazzarci, darci una lezione davanti agli occhi del mondo. Pestarci a sangue per far capire a chi è a casa che ribellarsi è impossibile. Che un altro mondo può esistere al massimo nelle nostre teste. Almeno finché non troveranno il modo di estirparlo anche da lì. Non ho dubbi, quando vedo i pacifisti picchiati ferocemente nonostante le mani alzate. Non ho alcuna incertezza, quando i rivoli di sangue colorano l’asfalto intorno a me di un rosso brillante che scintilla sotto i raggi del sole. In un drammatico contrasto cromatico con le divise blu, verdi e nere che ci caricano senza sosta.

Poi a un certo punto arriva la notizia: “Hanno ammazzato un ragazzo”. “No, ne hanno ammazzati due: un francese e un italiano”. Sono minuti terribili, nei quali le voci si rincorrono frenetiche senza trovare conferme ufficiali. Sento montare una rabbia che mi soffoca più dei lacrimogeni, perché nonostante la tragedia non si placa la furia dei demoni in divisa. Continuano a caricare mossi da una forza che non può essere umana. Dopati, a occhio e croce, sotto le armature imponenti nel caldo soffocante. A pochi metri da me vedo picchiare con ferocia una ragazza del tutto disarmata. Le sue urla mi entrano sotto la pelle. Come quelle di un vecchietto col fazzoletto rosso al collo che viene pestato da sei, sette, carabinieri.

Poi mi sposto verso piazza Alimonda e lì lo vedo. Ho la netta percezione che mi ricorderò sempre di lui, ragazzo. Come l’ho visto pochi minuti fa prima che morisse: con il rotolo di scotch infilato nel braccio sottile, la canottiera bianca e il passamontagna. Solo che ora è riverso sull’asfalto. Carne inerte priva di vita. In lugubre contrapposizione con gli accenti e le lingue diverse di quella gioiosa armata Brancaleone, che appena poco fa continuava a scendere via Tolemaide nel sole di una torrida giornata di luglio. Pensando che poteva essere più forte dei signori della Terra.

Quando ancora nessuno sapeva che ti avrebbero ucciso. Nemmeno io lo sapevo. Nemmeno tu. E così, oggi a piazza Carlo Giuliani, ragazzo, lasciamo insieme al tuo corpo senza vita gli ultimi scampoli della nostra innocenza. Per sempre.

Il metodo perfetto

di Rosario Dello Iacovo

Verso la fine di quel viaggio in Irlanda feci pure la mia prima esperienza criminale. Lì c’erano questi supermercati enormi che non avevo mai visto a Giugliano, anche se ora paradosso del destino ce ne sono un sacco e sono praticamente tutti lì. Erano il paradiso artificiale delle merci, si trovava di tutto: dal cibo, all’abbigliamento, ai libri, ai dischi.

Nei pomeriggi liberi andavo spesso in uno di questi a O’Connell Street, che è la strada principale di Dublino. Ero attratto dai libri in inglese perché pensavo che mi avrebbero aiutato nell’apprendimento della lingua e avendo ereditato da mia madre la passione per i gialli di Agatha Christie, cercavo quelli che avevo già letto in Italiano. Solo che, trascurabile particolare, non avevo i soldi per comprarli. L’idea di rubarli si fece strada in un attimo e per quanto la prospettiva allora mi atterrisse, iniziai a elaborare un piano. Pensare di rubare è già un mezzo furto, mi dissi per dare più forza alle mie nuove e rivoluzionarie convinzioni personali. Osservando in giro avevo notato che non c’erano grandi controlli, non era come adesso con tutte queste poco democratiche misure antitaccheggio, ma comunque ogni volta che dicevo a me stesso: “Ora!”, non avevo poi il coraggio di varcare fisicamente la soglia del supermercato. Certo non per remore morali nei confronti del furto, quelle appartenevano a un Luca bambino che non c’era più, ma solo per il ben più materiale timore delle conseguenze.

Quante volte mi ero immaginato in fuga col maltolto sotto il braccio, felice, fischiettando con arroganza e disinvoltura in faccia alla gente che camminava nella direzione opposta. Non so se fosse una protocoscienza di classe appena accennata o semplice feticismo delle merci. Era comunismo prima che diventassi comunista o consumismo di una qualsiasi pecora nel gregge?

Qualsiasi cosa fosse, quel giorno non riuscì a tenere al guinzaglio il mio desiderio. Mi guardai intorno più volte e con una decisione così repentina da non contemplare ripensamenti, mi fiondai col cuore che faceva tum-tum-tum sull’unico poliziotto della sicurezza in vista, iniziando a chiedere informazioni su come tornare al Marian College, mentre gesticolavo convulsamente indicando un’immaginaria direzione con il libro ben stretto nella mano. Funzionò, mi indicò la strada e imboccai l’uscita, perdendomi nella folla di O’Connell Street. Tuttavia non fischiettai, né con arroganza né con disinvoltura, semplicemente mi allontanai col cuore che continuava a fare tum-tum-tum, mentre gocce di sudore mi colavano lungo la schiena pesanti e dense e le sentivo bagnarmi il culo.

Quando riuscii a calmarmi, pensai però che era il metodo perfetto. Lo battezzai “dell’evidenza”, basato sul principio che se vuoi davvero nascondere qualcosa devi tenerla bene in vista. In realtà, riflettendoci, avevo commesso due errori: il primo consisteva nell’essermi guardato intorno troppo a lungo, il secondo nell’aver rivelato il luogo dove ipoteticamente avrebbero potuto cercarmi, se si fossero accorti in seguito del furto. Ma ero ancora un ladro dilettante, alle prime armi, al primo vero atto criminale della sua vita e per questo mi assolsi con tutte le attenuanti del caso.

Da allora tornai praticamente ogni giorno, affinai la tecnica, attento a non incappare sempre nella stessa guardia, accumulando così un discreto bottino che in parte generosamente distribuii ai miei compagni di viaggio. Novello Robin Hood, ormai rubavo ai ricchi supermercati per regalare ai poveri studenti.

Il metodo era ormai così perfezionato che l’anno dopo lo insegnai ad Andrea, un mio amico delle superiori, figlio di magistrato, che mi aveva accompagnato in quel nuovo viaggio a Dublino. Interpretò le mie istruzioni alla lettera, passo deciso, piglio sicuro, pancia in dentro e petto in fuori, senza un briciolo d’esitazione. Lo arrestarono prima che riuscisse a mettere l’unghia del suo alluce fuori dal supermercato.

Lo guardai smarrito mentre lo portavano via. Poi pensai che gli agenti della sicurezza tendono a notare uno che si allontana mentre stende ritmicamente le braccia con un estensore a molle da palestra. Anche se ha chiesto, indifferente, la strada più breve per il Marian College.

Il metodo perfetto, nota numero uno: se vuoi davvero nascondere qualcosa devi tenerla bene in vista. Ma dipende anche di cosa si tratta.

Testimonianza di Luca Persico, aka Zulù 99 Posse