Primarie del centrosinistra: la montagna partorisce un topolino

di Rosario Dello Iacovo

E così, il teatrino delle primarie del centrosinistra taglia il traguardo della prima tappa, in attesa del prevedibilissimo ballottaggio fra Bersani e Renzi. Ho manifestato in tempi non sospetti il mio assoluto disinteresse per la competizione. Del resto, come avrei potuto pensarla diversamente a proposito di personaggi vecchi anche quando si presentano come il nuovo che avanza? Come avrei potuto dare credito a quelli che sono in prima fila a sostenere il governo Monti e le sue politiche così ferocemente antipopolari? Come avrei potuto dimenticarmi che quelle erano le primarie di un partito come il PD, più post democristiano che post comunista, con marginali appendici di altri schieramenti politici? In nessun modo. Questo senza nulla togliere alla voglia di protagonismo di quattro milioni di elettori, pazientemente in coda per esprimere la loro preferenza.

Vendola incassa una secca sconfitta, figlia di una lettura della fase tanto miope quanto utilitarista. Non a caso, all’ennesimo appello di Ferrero alla costruzione di una lista unitaria a sinistra, il presidente della Regione Puglia oppone invece un chiarissimo: “Li ascolterò attentamente”, riferito a chi si contenderà la vittoria finale. Io davvero ho difficoltà a capire cosa debba ascoltare Vendola da Bersani e ancor di più da Renzi. Agli occhi dei più smaliziati, quell’attenzione non può che evocare una logica spartitoria: poltrone, poltrone e ancora poltrone. E anche l’ipotesi di una lista a sinistra, che aveva già perso per strada gli eterni opportunisti alla Diliberto, ha ben poco senso se non riesce a collegarsi alla pancia del paese reale e si risolve nell’ennesimo tentativo politicistico, che dall’Arcobaleno a oggi sembra essere diventato il tratto distintivo della presunta sinistra radicale italiana.

Tutto questo mentre nel paese si accendono timidi ma significativi focolai di rivolta. Studenti, lavoratori, precari, che sembrano finalmente aver trovato la forza per tirare la testa fuori dalla sabbia dell’immobilismo, del velleitarismo rancoroso e fine a se stesso. Gli anni che stiamo vivendo sono drammatici, e il dispositivo chiamato crisi altro non è che un altro strumento antipopolare col quale si sta determinando un ulteriore polarizzazione della ricchezza: da una parte i sempre più ricchi, dall’altra un numero crescente di poveri nel senso letterale del termine, ma anche quello che una volta si chiamava ceto medio, che negli ultimi dieci anni si è assottigliato del 50%. Da questa situazione non si esce con le pezze a colori di chi è già sulla buona strada per il Monti-bis, e nemmeno con la favoletta della presenza delle forze progressiste “per spingere più a sinistra la coalizione”.

Da questa situazione si esce soltanto con l’estensione del dissenso in termini di massa; con la radicalizzazione delle parole d’ordine; con la messa in discussione di un modello di sviluppo capace solo di determinare povertà, distruzione ambientale, nuove forme di schiavitù legalizzate, tanto in occidente che altrove, dove si muore ancora per un salario di 25 dollari al mese; disuguaglianze sociali; di genere; finanche fra aree geografiche dello stesso paese, come avviene in Italia dove la crisi al Sud sta determinando scenari apocalittici. Dalla crisi si esce con strumenti nuovi, nella consapevolezza che l’estrema attenzione di cui parla Vendola, va destinata a quello che sta provando a dire il 99% della popolazione mondiale, non a logori capi e capetti che reggono il gioco al massacro del grande capitalismo internazionale.

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