Solo esseri umani

di Rosario Dello Iacovo

Arrivo in ritardo e rincorro la manifestazione per mezzo corso San Gottardo. Imbocco via Conchetta, e vedo i blindati dei carabinieri in coda appena passo il ponte sul Naviglio pavese. E meno male che, conoscendomi, ero uscito con largo anticipo proprio per evitare di far tardi. Inguaribile, penso, mentre sbanfo sotto il sole che insieme all’afa, alle sette e mezzo di sera, rende l’aria ancora pesante e appiccicosa. Fa molto caldo, torrido, e il caldo a Milano è un’esperienza notoriamente insalubre. Di quelle che non si augurano nemmeno al peggior nemico. Figuratevi a me, che sono il miglior amico di me stesso.

Ho perso tempo per comprare uno zainetto, visto che sono uscito di casa con la solita provvidenziale maglietta di ricambio, il libro del Giambellino che mi ha regalato Philopat ieri, e un paio di altre indispensabili cazzate scelte con cura nel mio equipaggiamento stradaiolo meneghino. Il tutto, chiaramente, infilato in una busta della spesa che fa di me un uomo non particolarmente ligio alle regole del decoro. Se avessi osato farlo a Firenze, quando vivevo lì, mi avrebbero multato. Poco, ma sicuro. I fiorentini sono molto attenti alle questioni di forma. Non puoi nemmeno mangiarti il panino a piazza del Duomo.

Quindi non l’avrei sfangata, nonostante non calzassi gli zoccoli Pescura del dottor Scholl, ad accompagnare napulegnamente col loro clac clac trascinato la mia andatura cadenzata. In verità non li indosso nemmeno ora, li ho proprio lasciati a Napoli. Che peccato, mi piacerebbe notare le reazioni della variopinta umanità milanese ai preziosi manufatti del buon dottore, che dal nome immagino tedesco. Anche se stasera i tedeschi non è che siano così popolari a Milano.

Ce li avevo invece quella volta sulle Ramblas a Barcellona. Appena sveglio dopo una notte di bagordi estremi, ma estremi veramente, dalla quale ero riemerso con gli occhiali rotti e incollati con lo scotch, in pantaloncini e maglietta a mezze maniche in pieno novembre. Non chiedetemi cosa sia successo, non me lo ricordo, ma se pure lo ricordassi, suppongo sia una di quelle cose che non si possono proprio raccontare. Anche uno scrittore dilettante avrà il diritto di non farsi sputtanare troppo. Converrete. Soprattutto se foste stati lì e avreste avuto modo di vedere le reazioni degli astanti, e le facce perplesse con le quali osservavano il mio incedere regale.

Lo zainetto lo voglio comprare da Decathlon in Cairoli, perciò dalla stazione di Porta Garibaldi mi incammino lungo corso Como, dove fervono i preparativi per il consueto aperitivo di tendenza. Così dicono, ma io non ci vengo mai. Anzi ci sono venuto una volta sola e la vista di tutti questi vorreimanonposso mi ha fatto passare immediatamente la voglia di tornarci.

Oggi stanno sistemando gli schermi per Italia – Germania, mentre il liquido refrigerante spruzzato dai ventilatori formato gigante rende l’aria appena più gradevole. Certo, avrei potuto prendere la metro, ma a Milano più che altrove, Londra esclusa, vado sempre a piedi. Mi piace, mi tiene in forma e mi permette di scoprire ogni volta angoli nascosti che non avevo mai notato.

Come puntualmente accade al corso Garibaldi, quando mi viene in mente la prima volta in assoluto che ho visto Milano. Correva l’anno 1982. Dove andasse, allora non lo sapevo. E nemmeno m’importava, a dirla tutta. Perciò mi limitai a osservarlo con la spensieratezza dei miei sedici anni, mentre procedeva lungo la linea del tempo per affidarsi pochi mesi dopo all’oblio. Per sempre. Era settembre, e con due miei amici dell’epoca venimmo a trovare delle ragazze che avevamo conosciuto al mare in Salento quella estate. Vivevano a Precotto, ma la cugina di una di loro abitava con la madre proprio al corso Garibaldi.

Elena, la zia della nostra amica, aveva poco meno di quarant’anni e faceva parte del Movimento, quell’entità mitica della quale pronunciavo il nome con evidente timore reverenziale. Del resto, Milano per me era sempre stata la città della Resistenza, di Giulio Paggio, della Volante Rossa. Questione di memoria selettiva. Un fascio magari si ricorda il 1919 e San Sepolcro. Io il 1945 e piazzale Loreto. Ci sono dei luoghi il cui senso è più univoco di altri, ma generalmente sono gli uomini a determinarlo, a tessere quella rete di ricordi e costruzioni mentali che li rendono soggettivamente di parte.

Elena era divorziata. In Italia il divorzio era diventato legge dal 1970, ma nel 1974 Amintore Fanfani e una banda di leccapreti, che voleva fermare le lancette della storia, si erano messi in testa di abrogarlo e promossero il referendum. Ne uscirono con le ossa rotte, ma il sud voto compatto a favore dell’abrogazione, con la sola eccezione dell’Abruzzo. Non certo mio padre e mia padre, però, in compagnia dei quali io e mio fratello eravamo a Roma a festeggiare la sera del 13 maggio di quell’anno.

In realtà, non conoscevo nessuno che fosse divorziato. Da noi era una scelta molto minoritaria, soprattutto nell’ambiente popolare dal quale proveniva la mia famiglia. Il matrimonio era per sempre, anche quando diventava un cumulo di cocci che non faceva nemmeno finta di sembrare un vaso. Vabbè, in realtà anche in Veneto e in Trentino vinsero i papisti, ma non erano loro la locomotiva del progresso in quegli anni lontani nei quali il famigerato triangolo industriale, Torino-Milano-Genova, era ancora il centro del mondo, seppur manifestando i primi segni della crisi.

La casa di Elena era enorme, ma molto malandata, a partire dall’androne del palazzo che trasudava da ogni crepa il sapore di quella vecchia Milano della quale mi innamorai a prima vista. Nell’appartamento regnava il caos, gente che entrava e usciva a tutte le ore, riunioni femministe, vestiti sparsi in giro, e dappertutto libri. Migliaia di libri, disposti in maniera confusa sulle librerie che occupavano quasi tutte le pareti delle stanze.

Niente a che vedere con l’ambiente asettico di casa mia a Napoli, dove nonostante mia madre lavorasse, regnava la dittatura dell’ordine e della pulizia. E dove certo non mi facevo le canne davanti ai miei, come invece avveniva regolarmente a quel civico indefinito di corso Garibaldi. Lo stesso che adesso alzo gli occhi e vedo, ricordandomi tutto, nonostante ci sia passato decine di volte senza riuscire a metterlo a fuoco. I miei amici poi li persi di vista. Uno, l’ho rivisto una decina d’anni dopo a Roma fra i carabinieri che ci fronteggiavano alla manifestazione contro la prima Guerra del Golfo, quella di Bush padre. Ma non abbiamo nemmeno parlato. L’altro l’ho ritrovato qualche tempo fa su Facebook.

Continuo a camminare e dopo un po’ sono da Decathlon. Controllo l’ora sull’iPhone, le 16.30, ho tutto il tempo per arrivare in XXIV Maggio due ore dopo. Perciò vado al reparto degli zaini, ma vedo solo roba da trekking, escursioni, boy scout. Ne provo qualcuno da diciotto, venti e trenta litri, ma sono ridicolo davanti allo specchio con lacci e lacciuoli, fibbie e passanti, come se dovessi scalare il fottuto Monte Bianco. Io devo solo metterci quattro cose quando sono in giro o vado in piscina! Però ne scelgo uno e me lo tiro dietro.

Poi passo al reparto abbigliamento. Provo una trentina fra polo e camicie. Alterno M ed S. Chiedo lumi alle commesse sui colori. Ho imparato col tempo a non uscire più dai negozi con una polo fucsia credendo fosse azzurra. Così mi incammino ben attrezzato verso i camerini di prova. Indosso una M e mi metto davanti allo specchio, poi mi allontano per vedere l’effetto da lontano. Replico l’operazione con la S. Poi, non convinto, mi rimetto quella di prima. Poi faccio la stessa cosa cambiando il colore. Così, all’infinito. Il tempo passa e non me ne rendo conto, ma comunque ne prendo qualcuna.

Una volta tornato al piano zero, quello dove si trovano l’ingresso e l’uscita, mi accorgo che gli zaini normali sono in una corsia nei pressi della cassa. Perciò mollo quello di Reinhold Messner, che mi avrebbe procurato più di una presa per il culo dai milanesi intenti a osservare questo tipo forestiero, come avrebbero detto Totò e Peppino. Chiaramente anche qui mi attardo, provando in pratica tutti i modelli esposti, poi finalmente ne prendo uno, non senza un magheggio con l’etichetta, perché le multinazionali vanno inculate sempre. È la regola.

Mentre sto uscendo l’occhio cade sulla nefasta indicazione “Tennis”, con una freccia rivolta verso l’alto. Così scopro che esiste anche un primo piano, oltre a questo e quello sotterraneo. Dovete sapere che l’abbigliamento da tennis e quello da golf sono i miei preferiti in assoluto. Vabbè, anche gli abiti scuri eleganti, solo che il gessato, la camicia su misura e la cravatta rigorosamente slim, mi procurerebbero ben altre prese per il suddetto culo, negli ambiti che sono solito frequentare.

Anche qui provo praticamente tutto quello che anche lontanamente mi garba. Poi guardo il tavolo in camerino ricolmo di magliette e camicie. Penso alle trentacinque polo che ho portato qui a Milano, una piccola parte della mia collezione personale, che in buona parte ho indossato un paio di volte, in certi casi mai. Perciò mi faccio violenza, prendendomi idealmente per l’orecchio e spedendomi in cassa a pagare lo zainetto. Faccio la fila, due chiacchiere al volo con la cassiera che è socievole e saluto. Però ho sete e allora prendo un gatorade dal frigo, rifaccio la fila, risaluto la cassiera tanto simpatica e finalmente esco. L’iPhone mi comunica brutalmente che sono le 19.02. La manifestazione era mezz’ora fa. Pesco il numero di T, lo chiamo e lui mi dice che stanno per partire. “Arrivo, sono qua dietro”, mento maledicendo me stesso e le mie pessime abitudini.

Dovrei andare verso il Duomo a prendere il 3, invece taglio a piedi fino a via Carrobbio e un paio di minuti dopo passa il tram. Scendo in XXIV Maggio, ma chiaramente sono da solo come un coglione. In ritardo clamoroso, richiamo T che nel suo purissimo calabromilanese di registro elevato mi manda a fare in culo, avvisandomi che sono già davanti a Cox 18. Dopo qualche minuto nel quale mi metto quasi a correre, passo il Naviglio e mi unisco al corteo. Qui becco subito L, napoletana che vive qua, ma che scappa a Napoli ogni volta che le è possibile. Insegna, perciò mi dice che al massimo lunedì torna giù e di Milano se ne parla a settembre.

Mi presenta Maria Elena, l’autrice di “La strategia del maglione”, un libro sul nefasto operato di Marchionne alla Fiat. L’ha pure presentato a Napoli, ma io chissà dov’ero. Da qualche mese sono sempre altrove, ogni volta che da qualche altra parte c’è qualcosa che mi interessa. Ci mettiamo a parlare, le dico di sintetizzarmi il contenuto e lei ci va giù dura con il sindacato, più che con il manager dell’azienda torinese. Una cosa che suona più o meno così: “Perché lui fa semplicemente il suo lavoro per la sua classe sociale di appartenenza, i padroni, e purtroppo lo fa anche con ottimi risultati. Non si può dire la stessa cosa del sindacato, che ha smesso di fatto di fare gli interessi dei lavoratori”. Il discorso non fa una piega e mi fa venire voglia di leggere il libro, mi promette che me ne invia una copia digitale e le lascio la mail.

Il corteo finisce, saluto i pochi che conosco e si sono fatte le otto e mezzo. Che fare? Impossibilitato ad avviare una rivoluzione come Lenin, penso che potrei tornare a casa a vedere la partita, oppure guardarla qua in Ticinese in uno dei tantissimi bar che la trasmettono, facendomi un aperitivo che a Milano vuol dire cenare. La cosa mi lascia un attimo perplesso, perché una cosa è fare la fame a casa con i canonici cinquanta grammi di pane, i duecento di pomodori e il petto di pollo del cazzo senza olio. Ben altro è dire no alle pietanze, certo cucinate alla buona, ma comunque più gustose che posso mangiare qui.

Alla fine mi impongo un certo rigore calvinista e me ne vado a casa. Passo un ponte e sono dall’altra parte del Naviglio. Però butto l’occhio e vedo un bar coi tavolini fuori e il nome in spagnolo. Ci sono solo sudamericani, in massima parte neri, Calvino vacilla, ma lo sorreggo prendendolo sotto braccio. Poi faccio venti metri e lo mando a fare in culo. Non si può vivere rinunciando sempre, e comunque non mi è arrivata nessuna convocazione per la settimana della moda di Milano. Sarà qualcun altro a sfilare su quella passerella.

Perciò, torno sui miei passi e mi siedo all’unico posto libero, in compagnia di tre neri che parlano fra loro in spagnolo. Saluto nella loro lingua, ricambiano, poi ordino una birra alla spina alla ragazza riccia, mora e indaffarata che serve ai tavoli. Mi alzo e mi riempio il piatto di tramezzini, pollo fritto, salsette varie, salumi e formaggio. Non rinunciando a un paio di assaggi di pasta e riso. Soddisfatto mi risiedo e inizio a mangiare, mentre la partita inizia.

I dominicani, il bar è di un loro connazionale, fanno un tifo esagerato. Sicuramente più di me che non ho grande trasporto verso la nazionale. Una volta la tifavo, diciamo fino ai mondiali del 2006, poi le letture meridionaliste e indipendentiste hanno cambiato la mia prospettiva. Non sono leghista, prima che qualcuno di voi stronzi lo pensi dopo aver letto la frase precedente, ma comunque ritengo necessaria una rilettura del processo unitario, senza la quale non è spiegabile come nel cuore dell’Europa convivano dentro gli stessi confini un’area ricca e una delle più depresse del continente. E comunque non ho mai tifato Italia con lo stesso trasporto col quale tifo Napoli. E lo dico sorridendo a Miguel e Paco che mi stanno seduti di fianco.

Loro invece sono proprio accaniti, ma un po’ tutti i presenti, e ovviamente il loro idolo è Balotelli. L’ho notato un po’ ovunque in giro per Milano, dove ci sono tantissimi stranieri, e ne comprendo perfettamente il motivo. È un modo per dire che chi è nato qui o ci vive da anni è italiano come tutti noi, se lo desidera. Penso al “Non ci sono neri italiani” che cantano i fasci in certe curve e li prenderei per le orecchie uno a uno facendogli toccare con mano la passione di questi ragazzi, che hanno trovato nella nazione che io ho difficoltà a chiamare “nostra”, una seconda e in certi casi una prima patria.

Un ragazzo nero nato a Milano cos’è, anche se i suoi genitori non hanno la nazionalità italiana? E un cinese? Un magrebino? Lo vorrei proprio chiedere al populista Beppe Grillo, secondo lui cosa sono ‘sti ragazzi. Dopo di che lo inviterei a infilarsi lo Ius sanguinis nel più sacro dei suoi buchi. Poi Balo la mette dentro, imbeccato dal terrone di Bari Vecchia Antonio Cassano, e il bar esplode. “Vai negro maldito” urla una decina di volte di seguito Paco, che è forse più nero dello stesso Balotelli. Immagino sia una cosa alla “Nigger” col quale si apostrofano fino alla noia gli afroamericani. Anche a me fa piacere che abbia segnato e in culo ai razzisti.

Finisce il primo tempo e si avvicina il proprietario del locale. Mi chiede di dove sono e una volta che gli dico Napoli si apre in un sorriso a settantadue denti, dicendo che siamo come loro, che siamo sempre allegri e tutto il consueto armamentario fritto misto di cose vere e luoghi comuni quando si incontrano persone del sud del mondo. Mi offre un’altra birra, poi un’altra ancora, poi mi chiede se ne voglio un’altra, ma io che non bevo da svariati mesi non reggo più e, anzi, ho proprio bisogno di camminare e prendere un po’ d’aria.

Perciò saluto, gli prometto che passo a trovarlo e lui mi urla: “Forza Italia e Forza Napoli!”, mentre mi allontano. Sorrido e alzo il pollice, l’alcol fa effetto e mi rilassa, ma comunque avrei preferito non bere. Da un po’ mi rende triste e agitato, anche se è solo birra e certo non mi azzarderei a ricominciare coi whisky lisci buttati giù in un colpo solo, che mi rendono anche stronzo, litigioso e talvolta violento.

Penso che l’alcol sia la peggiore delle droghe. Solo che entri in un supermercato e con meno di dieci euro ti compri quasi un litro di veleno legale che ti manda fuori di testa. Se ti beccano con un paio di canne sono capaci anche di sbatterti in galera. Non che io sia un estimatore del fumo e tantomeno dell’erba, anzi non fumo proprio perché mi piace restare lucido, godermi un amico piacevole che ho ritrovato da qualche tempo: me stesso. Ma comunque è un discorso che palesa tutto il moralismo interessato che c’è dietro la cortina di belle parole del proibizionismo.

Mi incammino verso il Naviglio ticinese e le strade che percorro sono deserte. Si sente solo la voce dei telecronisti e in giro non c’è davvero nessuno. È bella Milano vista così, soprattutto questo quartiere che un tempo ospitava il porto fluviale, il settimo porto d’Italia, e che Primo Moroni ha raccontato in maniera mirabile in MalaMilano. Le storie della Ligera e del suo modello “extralegale”, come lui stesso lo definiva.

A un certo punto, nei pressi della piscina comunale Argelati, incrocio due ragazze sulla ventina, di bassa statura, che mi chiedono in inglese dove possono mangiare una buona pizza. Poi scopro che si chiamano Janet e Catherine, sono qui per l’Erasmus e vengono rispettivamente da Portsmouth e Leeds. La differenza del loro accento è evidentissima e mi piace sentirle parlare. Negli anni Ottanta ho vissuto a Londra e masticavo un inglese decente. Poi, in seguito a una vicenda tragica nella quale perse la vita un mio amico, dal 1987 al 2006 non sono più tornato in Inghilterra e il mio livello di conoscenza della lingua era regredito a livelli vicini allo zero.

Ma ho ripreso ad andarci abbastanza spesso e inoltre per un paio d’anni hanno vissuto a Napoli dei miei amici inglesi e scozzesi coi quali ho ripreso un po’ dell’antico smalto linguistico. In ogni caso io amo l’Inghilterra, perciò dico alle ragazze che lì vicino c’è “Anema e cozze”, una pizzeria napoletana perché, spiego, la pizza è tipica di Napoli, da dove io vengo.

Mi offro di accompagnarle, tanto si tratta di fare solo via Paoli e attraversare il Pont de ferr. Arrivati lì, noto che è l’unico posto che ha la tv spenta, la clientela è composta quasi esclusivamente da stranieri, in larga parte americani. Davanti al bancone sul quale vengono impastate le pizze c’è una sciarpa azzurra con la scritta: “Napoli unico amore”. La cosa mi fa sorridere, le ragazze mi ringraziano e mi chiedono se voglio restare e io senza nemmeno pensarci su, rispondo: Why not? Fanculo la dieta stasera. Ogni tanto seguo il risultato della partita con livescore. E alla fine, è l’urlo che proviene dai bar vicini ad informarmi che l’Italia è in finale.

Mangiamo, io prendo una margherita. Janet mi imita, Catherine che è vegetariana si butta su una marinara. Mi chiedono perché non ero a guardare la partita. Io gli spiego tutta la solita solfa sull’Italia, che non la seguo molto, eccetera, eccetera, e che tifo per l’Inghilterra, anche se è la solita squadra dimmerda. Ridono compiaciute. Come potrebbero darmi torto, con quell’unico trofeo vinto nello stesso 1966 nel quale io nascevo, che sta morendo di solitudine in bacheca? “Definitely”, assentono. Anche a loro piace il calcio e tifano per le squadre delle proprie città, i Pompey e il potente (una volta) Leeds.

Finiamo e senza che io me ne accorga Janet va alla cassa e paga anche per me. Usciamo, gli offro una pinta nel pub accanto e le saluto. Io passo a sto giro, la passeggiata e la pizza hanno azzerato l’effetto delle tre birre che ho bevuto prima coi dominicani. Una tv locale manda immagini delle città lombarde in festa. Anche nel varesotto, nel bergamasco, le roccaforti storiche della lega nord, è un mare di gente avvolta nel tricolore che si tuffa nelle fontane o fa caroselli in macchina. Probabilmente sono le stesse bandiere che mettono da parte per andarle poi a bruciare a Pontida. Ma stasera, bontà loro, sono italiani. Anche se a me non potrebbe fregarmene di meno.

Saluto le ragazze e mi avvio verso casa. C’è gente ovunque, la musica, i televisori, i clacson delle auto, i cori, contribuiscono a creare l’atmosfera di festa. Poi incrocio un bambino di una decina d’anni che spinge una carrozzina sulla quale è seduto un ragazzino diversamente abile, di poco più grande. Indossano entrambi la sciarpa dell’Italia, ma sono gli unici, oltre me, che non sembrano divertirsi davvero. Il più piccolo, concentrato e attento, continua a guardarsi intorno per valutare ogni pericolo potenziale, con i muscoli sottili tesi per lo sforzo, sotto la minuscola maglietta scura e aderente.

E io, sentendomi sostanzialmente solo ed estraneo, vorrei caricarmeli entrambi sulle spalle e farli sorridere. Anche una volta sola. Mi basterebbe. In modo da partecipare anche noi alla festa col cuore leggero. Invece riesco solo a tirare fuori un sorriso sghembo, forzato, che l’ometto che spinge ricambia con la stessa sofferenza. Li guardo allontanarsi lentamente in direzione opposta a quella della folla e me ne vado a casa con un peso sul cuore. Come se qualcuno me l’avesse afferrato e lo stesse stringendo con forza, fino a farmi male.
Poi penso che non ci sono neri, cinesi, dominicani, italiani, ma solo esseri umani.
Di questo, sono sicuro.

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6 commenti su “Solo esseri umani

  1. sei riuscito a rendermi simpatica Milano, che, compagni e Primo Moroni a parte, non me lo è per niente 🙂 a proposito delle due russe, la prossima volta digli Меня зовут Вова 🙂 (Mi chiamo Vova, diminutivo di Vladimir)

  2. Lo ripeto sempre, se va in porto la storia della pubblicazione del libro io lo compro 😀
    bob (uno dei sette fedelissimi)

  3. Sì ma quando lo hai sorretto barcollante è stato il massimo. Per non parlare di tutta la sequenza dello shopping, una delizia. Mi raccomando, però, non negarti una camicia su misura che ti calzi a pennello, ben stirata e magari color rosa intenso preso per azzurro, se è davvero quel ti piace. A quel detto nostrano che dice ” magna a gusto tuojo e vieste a gusto ‘e ll’ ate” non ho mai dato importanza.

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