Se la secessione bussa seriamente alla tua porta

secessione

di Rosario Dello Iacovo

Mentre qua mi dànno del borbonico appena parlo del sud, altrove i processi si compiono. «Ora la macroregione arrivi fino in Emilia Romagna» tuona il leghista Tosi, dopo l’elezione della camicia verde Maroni a governatore della Regione Lombardia. A sinistra invece sulla questione si glissa.

Da un lato, c’è l’avvilente cecità della sinistra istituzionale che sventolando qualche tricolore qua e là ha liquidato la questione, mentre contemporaneamente una parte del PD al nord da anni dà legittimità alla cosiddetta questione settentrionale. La doppiezza togliattiana fa sempre scuola, e non potrebbe essere altrimenti per una classe politica logora e tatticista che del vecchio PCI ha ereditato solo i difetti.

Dall’altro, si assiste al silenzio sostanziale di quella di Movimento: il sud viene tuttalpiù evocato simbolicamente, mai indagato e posto come punto di partenza dell’azione politica. Anche quando l’aggiunta dell’aggettivo “ribelle” costò ad alcun* compagn* carcere speciale e un processo con gravissime imputazioni, fortunatamente sgonfiatosi col tempo, non si seppe trasformare quell’allusione nominale in percorso programmatico e inchiesta sociale.

È dal 2006 che provo a parlare della questione. Fu il mio primo viaggio a Barcellona ad aprirmi gli occhi, anche se nei primi anni novanta ero già stato due volte nei Paesi Baschi, in Corsica e successivamente in Sardegna, reagendo ai discorsi degli indipendentisti con supponenza sinistroitaliota. Perché allora guardavo la questione più dal punto di vista della radicalità e della connotazione di sinistra, che da quello della territorialità della proposta politica. In fin dei conti, mi sono detto poi, cosa me ne fotteva dell’integrità territoriale dell’Italia e di qualsiasi altra nazione, se ero internazionalista? Quella la molla che trasformò i miei occhi sbarrati davanti agli indipendentisti sardi, come se avessi visto un leghista, in voglia di capire.

A Barcellona mi accorsi definitivamente che le nazioni, che ci immaginiamo monocolori come le cartine degli atlanti geografici, in realtà sono degli organismi complessi, ma soprattutto storicamente determinati. La Spagna si presta molto a questo tipo di lettura, soprattutto se la attraversi in macchina in lungo e in largo per un mese. Lì mi accorsi che le nazioni vanno e vengono, che la ricchezza di certi territori in certi casi si basa sul sottosviluppo forzato di altri, che esistono colonie interne non dichiarate che non devono produrre, ma solo consumare, che aveva ragione Marx quando parlava di Nebenlander (territori dipendenti), a proposito dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra, dove lo sviluppo capitalistico industriale viene bruscamente stroncato a profitto del paese dominante.

Solo che Irlanda e Inghilterra sono due nazioni diverse nella percezione comune. La Catalogna ha le sue Istituzioni e la sua lingua ufficiale, oltre che periodiche e frequenti smanie indipendentiste. Il sud Italia invece no, non ha nulla di tutto questo, come se i seicento anni di esistenza come Stato indipendente (il più grande e quello con le casse più piene) non fossero mai esistiti.

È dal 2006 che provo a parlarne, ovviamente in una prospettiva radicale e di sinistra, perché pur non avendo ancora scoperto Nicola Zitara, l’unico vero studioso marxista della questione meridionale (e perciò sconosciuto alla sinistra meridionale), già allora pensavo che non ha senso cambiare semplicemente il padrone al quale devi obbedire. Perché la povertà, la disuguaglianza, il saccheggio del territorio, l’emigrazione, la mancanza di infrastrutture e di opportunità, gli indici di degrado e criminalità, sono gli unici elementi per i quali vale la pena fare una battaglia meridionalista che sia anche lotta di classe.

Provo a parlarne da allora, ma vengo mediamente definito borbonico. E pure quando a un’assemblea di Movimento per organizzare un corteo per il 150° anniversario dell’unità d’Italia (che ovviamente non si fece), feci un lungo intervento spiegando bene che parlavo di Marx, di accumulazione originaria, di capitale coloniale, di sottosviluppo forzato come condizione dello sviluppo industriale del nord, gli esiti furono gli stessi. Anzi, in quella occasione una mail che arrivò anche a me, perché il genio che la redasse non sapeva che ero iscritto alla mailing list, venivo curiosamente definito un comunista-borbonico. Non c’è niente da fare, quando parli di sud a sinistra, il borbonico te lo becchi sempre.

Eppure io lo so che indipendenza in sé non vuol dire nulla. Te la riconoscono quando è funzionale agli interessi dei paesi più ricchi, come è avvenuto nell’area della ex Jugoslavia. Una strategia che criminalmente iniziò col riconoscimento della Slovenia da parte della Germania per includerla nell’area del marco, per culminare poi nelle sanguinosissime guerre e lo smembramento del paese. Oggi, grazie a quelle vicende, per esempio, la Fiat apre in Serbia e paga un operaio 400 euro al mese. Mentre tutta l’Europa diventa area del marco, al quale hanno cambiato nome chiamandolo euro.

Provate a chiedere ai Baschi, ai Corsi, agli Irlandesi o ai Sardi, se hanno trovato una Germania disposta a riconoscere la loro proclamazione unilaterale di indipendenza, o se hanno conosciuto morte, carcere e repressione spietata. Quando vuoi smettere di servire un padrone e non semplicemente cambiarlo, non la trovi una Germania. E nemmeno un’Italia, se non gli regali la tua classe operaia a 400 euro al mese a un tiro di schioppo dai suoi principali mercati e dal cuore dell’azienda.

A questo punto voi mi direte: ma perché ci stai parlando di indipendenza? Perché nonostante la maggior parte degli italiani non se ne sia accorta è in corso già da anni una secessione soft, ma sostanziale. Se fra il 1950 e il 1973 la distanza fra le due parti del paese è diminuita, da allora in avanti ha ripreso a crescere e infine, con la Lega al governo, a correre, producendo la drammatica fotografia scattata dallo Svimez: “Ci vorranno 400 anni per colmare il gap tra Nord e Sud” http://qn.quotidiano.net/cronaca/2012/09/26/777834-svimez-400-anni-per-colmare-gap-nord-sud.shtml

Ora la Lega governa Piemonte, Lombardia e Veneto, ma non è solo questione di Lega, anche il varesino Monti ha governato nel solco tracciato dai suoi predecessori padani. Ho la sensazione però che la questione non finisca qua, soprattutto nel ciclone della crisi economica, dell’attacco ai paesi dell’area mediterranea, della crisi dello stesso euro. Che dite, gliela dedichiamo un poco di attenzione a questa vicenda, prima che ci svegliamo una mattina e oltre ad aver subito la peggiore unità possibile, ci ritroviamo una secessione unilaterale che bussa alla porta?

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7 commenti su “Se la secessione bussa seriamente alla tua porta

  1. Rosà, tutto molto vero, però secondo me dovremmo iniziare anche da noi: scrivere in napoletano. I sardi lo fanno, ti segnalo un compagno http://mauropiredda.blogspot.ru/2013/02/bersani-e-grillo-reformas-rivolutzione.html?spref=fb
    I baschi, i catalani (e prima gli ucraini, i tatari, i polacchi) hanno sempre lavorato sulla lingua. La nostra lingua materna è molto ricca, è viva, ma nella letteratura scientifica e quotidiana purtroppo è assente. Dovremmo fare, che ne so, come Gara, il giornale della sinistra abertzale: notizie in basco e castigliano.

  2. A corollario del tuo scritto gradevolissino ed emotivo, vorrei fare un piccolo appunto. Scrivendo con il cellulare stringherò al massimo il testo. In prospettiva di un indipendentismo pieno e consapevole del territorio ex-Duosiciliano ha ancora senso parlare di sinistra, destra, compagni e camerati? Non credi che sia proprio questa contrapposizione ideologica che ci blocca? Ciao brigà

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